Gustave Courbet: “Fare arte viva”.

Nel 1855 Gustave Courbet (1819-1877), nato a Ornans da genitori contadini e formatosi irregolarmente tra scuole libere, studi di accademici e copiando al Louvre i pittori fiamminghi, veneziani e olandesi del XVI e XVII secolo, inviò all’Esposizione universale di Parigi una serie di dipinti che la giuria rifiutò di accettare. Allora allestì una propria mostra in quello che chiamò Padiglione del realismo dove, a pagamento, si potevano vedere opere come Gli spaccapietre, Un funerale a Ornans, Lo studio dell’artista. In una dichiarazione poetica pubblicata nell’occasione, intitolata Il realismo, affermava di avere attinto dall’arte degli antichi e dei moderni per poter “fare dell’arte viva”, traducendo “i costumi, le idee, l’aspetto della mia epoca secondo il mio giudizio”.

Il suo programma escludeva soggetti mitologici, religiosi, di storia del passato e d’invenzione - i più consueti per la pittura accademica e da Salon - per concentrarsi sulla realtà contemporanea, che poteva essere molto volgare, vile, sporca: “dei villani a un funerale, degli stradaioli che rompono dei sassi, dei preti di campagna che tornano mezzo ubriachi da una conferenza clericale”, come la critica del tempo, con un certo fastidio, descriveva le sue “scene moderne popolari” (cfr. I pompieri).  

Secondi altri, il suo realismo fu considerato troppo di maniera, tanto che  apparvero sui giornali dell'epoca caricature di alcune  sue opere (vedi: Giovani donne di paese danno l'elemosina ad una guardiana di vacche di una vallata di Ornans e Contadini di Flagey di ritorno dalla fiera dove il giornale satirico riporta il commento «Niente eguaglia l'entusiasmo di Courbet. Ecco "la vera verità", senza eleganza nè trucchi. Non si sentono i luoghi comuni della scuola e le assurde tradizioni dell'antico. Tutto è naïf, felice e gaio...» ).

Una scandalosa contaminazione di modelli.

Ciò che soprattutto scandalizzava era che alcune di esse fossero dipinte non in quadri piccoli - come normalmente si usava per tali soggetti - ma in tele di grande formato, fino allora riservate al genere più elevato nella gerarchia accademica, cioè alla pittura di storia. Senza contare che il suo linguaggio pittorico - fondato su una spregiudicata combinazione di modelli figurativi alti (per esempio Rembrandt) e bassi (le stampe popolari, di cui si avverte una precisa eco in Un funerale a Ornans) - appariva all’occhio di molti contemporanei più adatto a un pittore di insegne che a un vero arista.

 Lo studio dell’artista è un’opera centrale -  e di svolta - nella sua produzione. Courbet raffigura se stesso al cavalletto davanti a un quadro di paesaggio, circondato da amici (tra cui Baudelaire): un bambino sdraiato per terra, intento a disegnare un fantoccio, rappresenta l’approccio ingenuo e non condizionato da convenzioni scolastiche al problema della figurazione. Da allora Courbet dipinse soprattutto paesaggi (cfr. Il mare in tempesta) e nature morte, diminuendo l’importanza del soggetto e concentrandosi sul quadro come oggetto materiale autosufficiente: non a caso per gli artisti degli anni sessanta sarebbe diventato “l’esempio vivente del pittore puro” (M.Shapiro).

 

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Gustave Courbet

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Gli spaccapietre

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I pompieri

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Giovani donne

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Contadini di Flagey

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Un funerale a Ornans

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Lo studio dell’artista

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Il mare in tempesta